I colori del nero. Arte e vita nel manicomio di Racconigi

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Storie e vicende dei degenti del manicomio di Racconigi narrate da Giovanni Tesio e tratte dalle testimonianze di due artisti: Giancarlo Giordano, all’epoca infermiere all’ospedale psichiatrico, e Marina Pepino, arte terapeuta nella stessa struttura.

I quel luogo di orrori e dolore l’arte ha avuto un ruolo determinante nel fornire alle persone ricoverate gli strumenti per esprimere emozioni e il proprio mondo interiore.

Ecco. Quando ho incontrato la pittura di Giordano, ho ritrovato probabilmente i pezzi sparsi di un colloquio che avevo disperso. E ne è venuto il desiderio di scrivere “qualcosa”, di dire qualcosa che fosse ad un tempo un frammento di memoria e di commento, insieme con un tentativo di assolvermi da una negligenza che — a contatto con gli umani grovigli di quella pittura, e con le parole dure e sode con cui Giordano mi ha raccontato la sua traumatica esperienza — mi aveva creato un improvviso senso di colpa. Questo mio scritto vorrebbe essere di quel senso di colpa il mio personale e tutto privato riscatto.

Giovanni Tesio


Invito alla lettura

Capitolo 7.
Giancarlo Giordano tra l’inferno e il vero amore

C’è un Lager nella sua mente e nella sua memoria, un Lager che non cessa di abitarlo e possederlo. Passano gli anni, ma la memoria non recede e la ricerca va in cerca della sua cancellazione.

È nel bitume la forza della negazione che dice, che parla, e che — urlando — tace. Un groviglio di contraddizioni in atto, che vedi nei gesti, nelle posture, nell’orrore stupefatto dei volti sghembi, squilibrati, in cui vorticano ottusi i neri degli occhi, cancellati.

L’artista è Giancarlo Giordano, che se non vivessimo in un mondo di passioni tristi e di critica troppo mentale, e se lui — per suo conto — non fosse l’uomo che vive distante dalla fabbrica della fama, della notorietà, del successo, dovrebbe avere più giusti e meritati riconoscimenti critici.

Se per un autore la ricerca dello stile è tutto, ciò significa che l’espressione — l’unica espressione — deve coincidere con la morale del “messaggio” (parola di cui possiamo ben tornare a proporre l’importanza). Non il cosiddetto “contenuto”, beninteso, che non è tutto, ma la fusione del contenuto nella sua voce, nel suo segno. Un segno che a sua volta fonde in sé morale ed estetica, due specificità necessariamente congruenti, capaci di pene trare nella corteccia di un qualsiasi mondo per sprigionarne (per scarcerarne) — viaggiando in profondità — le più risonanze più abissali.

Giordano viene da una chiamata che ha la sua storia, ma che sembra avvenuta fuori dalla storia, dalla storia tanto di un paese della provincia piemontese quanto di una famiglia di dignitosa povertà ma non priva di pur modesti stimoli culturali alla svolta del secondo dopoguerra. In quel luogo e in quella famiglia c’è un bambino che fa il panettiere e poi un ragazzo che fa il fabbro, ma che intanto matura dentro di sé la passione dei colori, affascinato da certe immagini di artisti che è una rivista come “Famiglia Cristiana” — rivista che erano le parrocchie a diffondere e che non mancava mai nelle case cattoliche — a proporre ai suoi lettori.

Con occhio stregato e con mano fertile — la stessa con cui ad un tempo Giordano accudisce la saggezza dell’orto e la saldatura delle cisterne, che negli anni ormai del boom economico servono al riscaldamento delle case e dei palazzi — quel ragazzo nel frattempo s’è fatto adulto e ha tentato e ritentato, provato e riprovato, copiando immagini, accostando colori, dando forma sempre più convinta alla realtà delle sue impressioni, della sua forte e fiera emotività.

Un processo di cui è forse impossibile, oggi, rintracciare distintamente le tappe, ma che vale come un apprendistato selvaggio, come l’esercizio accanito di un autodidatta che inventa il suo percorso senza altri appoggi che la sua passione, la sua tenacia, il suo fuoco interiore. Giordano era e resta un lupo solitario, uno di quelli che non appartengono a consorzi, a comitive e tanto meno a gruppi o gruppuscoli di mutuo sostegno. Lui, solo nel farsi,  resta solo nel proporsi a se stesso e ad altrui, capisca chi può, e altro non cercare.

Nella sua vita c’è però un passaggio cruciale, un punto decisivo che — paradossalmente — dà un senso al tutto. E questo passaggio è un viaggio (un attraversamento) nella terra desolata del manicomio, come sempre s’è chiamata quell’“istituzione totale” prima che qualcuno riuscisse a immaginarne un altro nome più politicamente corretto, insieme con un’altra e diversa dimensione finalmente più umana.

È il manicomio, insomma, dove Giordano entra nel 1969, a convertire la sua vita in un destino. Da lì — luogo di dolori e di orrori — passa un’esistenza che si manifesta a se stessa e passa un orientamento espressivo che — pur in tutti i suoi mutamenti di tempo e in tutte le sue metamorfosi di tratto — si mantiene a tutt’oggi costante. È in quella discesa agli inferi la cifra che detta (il dantesco “dittare”), la stravolgente carità (umana e artistica) che pulsa e che urge, ossia che si rende davvero necessaria, essenziale.

Il viaggio di Giordano non è né più né meno diverso — alla risultante — del viaggio che Levi compie in Lager. Si rifletta pure sulle proporzioni. Diverse, d’accordo, le condizioni, perché Giordano è un addetto del sistema, quantunque illuminato, mentre Levi è una vittima sul quotidiano crinale di una totale destituzione. Né sono al tutto ed evidentemente identiche le forze in campo e le modalità specifiche. Ma, quanto a destituzione, quale uomo sarà mai il malato che viene sottoposto alle terapie più violente (l’elettroshock, la malarioterapia, l’insulinoterapia…), a pratiche sadiche, reparti come incubi, promiscuità e indecenza, procedure insensate, la nessuna considerazione di corpi in pena, di anime votate a una sorta di vera e propria dannazione feto-fecale, la negazione dell’umano (Se questo è un uomo…), l’abominio della desolazione.

L’incontro è decisivo. E da qui comincia, per così dire, la vera storia di un artista, la svolta che diventa un’ossessione…

Tratto da Giovanni Tesio
I colori del nero
Arte e vita nel manicomio di Racconigi

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Presentazione del libro

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Ideatore del festival La Fabbrica delle Idee, che dal 2001 al 2017 si è svolto presso il parco dell’ex istituto psichiatrico di Racconigi, Progetto Cantoregi propone un nuovo appuntamento che riporta alla luce alcune delle tante storie che si sono consumate nella struttura manicomiale della città.

Venerdì 7 febbraio 2020 alle ore 21 alla Soms, Progetto Cantoregi ospita Giovanni Tesio e il suo nuovo libro I colori del nero. Arte e vita nel manicomio di Racconigi (Mercurio editore).

L’appuntamento è presentato da Francesco Occhetto con accompagnamento musicale al violoncello a cura di Simona Colonna.

La presentazione del libro è accompagnata dall’esposizione di disegni che furono realizzati da alcuni pazienti dell’ex ospedale psichiatrico.

La serata è realizzata da Progetto Cantoregi, in collaborazione con la Città di Racconigi e il Centro culturale “Le Clarisse” di Racconigi.

www.progettocantoregi.it – info@progettocantoregi.it Fb Progetto Cantoregi – Tw @cantoregi – IG Progetto Cantoregi


Da Corriere della Sera del 7 febbraio 2020

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Giovanni Tesio, nato a Piossasco nel 1946, già ordinario di letteratura italiana all’Università del Piemonte Orientale, ha pubblicato volumi di saggi (come La poesia ai margini, per Interlinea, nel 2014), una biografia di Augusto Monti, una monografia su Piero Chiara, molte antologie. Ha curato per Einaudi la scelta dall’epistolario editoriale di Italo Calvino, I libri degli altri (1991), la conversazione con Primo Levi, Io che vi parlo (2016) e, presso Interlinea, un volume di considerazioni su vita e opera di Levi Primo Levi. Ancora qualcosa da dire (2018). Presso Interlinea ha anche scritto un pamphlet in difesa della lettura, letteratura e poesia I più amati. Perché leggerli? Come leggerli? (2012) e un “sillabario” intitolato Parole essenziali (2014). Per Lindau, ha pubblicato il romanzo Gli zoccoli nell’erba pesante. La sua attività poetica, dopo esordi lontani, è sfociata nella pubblicazione di un canzoniere in piemontese di 369 sonetti, Vita dacant e da canté (Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, Torino 2017). È tra i fondatori e direttori della collana di poesia “Lyra”. È stato per trentacinque anni collaboratore della Stampa.